Welcome to Syria è il cartello che vi è all’ingresso del campo profughi che ci accoglie vicino a Kilis, al confine turco, dopo che ci siamo sorbiti 4 check point in territorio siriano e altrettanti cambiamenti di programma che, per fortuna, mi lasciano indifferente: quando lavori in luoghi di guerra impari a non avere programmi e ti alleni a prendere decisioni veloci per ottenere risultati che non raggiungeresti con controllo e programmazione.
La mia fortuna è di non essere per niente calcolatrice ma, piuttosto, di avere una grande attrazione per l’imprevisto.
Scopro di non avere imparato niente diventando adulta: mi è più utile la versatilità e la curiosità rispetto alla razionalità e sicurezza.
Le mie compagne di viaggio, Alma e Ivana, rispettivamente medico e psicologa, sono di grande supporto e continuano a parlare con Abdul, medico ozono terapista, del prossimo incontro presso la scuola allestita nel campo profughi: due tendoni di plastica con un calore insopportabile dove , maschi separati da femmine, ci accolgono con una canzone che inneggia alla libertà del popolo siriano.
Qualcuno, di ritorno dalla Siria, ha detto di essere stato deluso dalla condotta dell’esercito libero dei ribelli.
Forse è così… o forse no… non mi sento di giudicare e non voglio giustificare il sarin, le bombe, i cecchini.
Questa guerra è assurda, tutto qui.
Conoscevo una Siria dove i muezzin di Damasco chiacchieravano all’angolo della casa di san Paolo con il sacerdote cristiano copto della chiesa che dista cinquanta metri dalla Gran Moschea.
Conoscevo i commercianti di piccioni viaggiatori nella piazza vicino all’ambasciata americana.
Conoscevo il venditore di sapone che veniva da Aleppo, conoscevo il santuario della beata Vergine dove i musulmani portavano ceri e fiori di frangipane insieme ai cristiani come me.
Conoscevo Palmira città danzante nel deserto, bianca pietra di luce, tra torri di castelli sassosi.
Mi manca la Siria di un tempo.
Voglio credere che Assad termini la carneficina e voglio credere ad un nuovo partito di centro, che unifichi il desiderio di libertà col concetto di democrazia.
Idee demagogiche da occidentale inguaribile?
Forse.
Ma ora , mentre insegniamo l’utilizzo dell’ozono terapia per curare le ferite da guerra e la leishmaniosi ai medici siriani, ora che siamo qui a mangiare cuscus e tè alla menta, ora che fumiamo il narghilè con i soldati dell’esercito libero e giochiamo a biglie col figlio di un colonnello disertore di Assad, ora che parliamo con le insegnanti della scuola del campo di rifugiati, ora…
Ora capiamo di come tutti, noi compresi, abbiamo bisogno di affetto e libertà.
Le uniche due risorse che fanno dell’uomo un essere veramente speciale.