Islamabad è un concentrato di popolo in cammino, di donne che difendono i diritti umani, di librerie ecineteche che vendono libri del mondo, di talebani intabarrati che vietano alle loro donne di uscire dopo le cinque del pomeriggio, di burka e di jeans attillati, di hijab di Calnin Klein e di pashmine del Panshir.
Di noi, che vogliamo, con Simona Seravesi, antropologa, e Nucola Lucini, filmaker, riprendere una viyta caotica dove i colori dei fiori, mille fiori, ci rammentano che è primavera, una primavera di guerra nelle zone pashtun, vicini all’Afghanistan, una primavera serena mentre passeggiamo nella fortezza Mogul di Lahore e ascoltiamo il muezzin sotto il cielo viola della sera che lancia la preghiera dal minareto.
Il tè verde aiuta a metabolizzate la giornata intensa. Simona e io, dopo ore di riprese e chiacchierate con attiviste dei diritti umani del calibro di Mariam Bibi e Tahira Abdullah,ora ci rilassiamo e ci infiliamo in una boutique a comprare stoffe ed elefanti in ceramica bianca e blu.
I diritti umani: siamo qui ad acquistare quello che VOGLIAMO.
Desiderare qualcosa per molte donne pakistane non significa poterlo avere. Studiare, ad esempio, semplice da noi, pur con le mille controversie della riforma scolastica.
Qui, in zona pashtun, non è un diritto delle bambine. Lo spiega Mariam Bibi che da 40 anni ricostruisce le scuole distrutte dai Talebani.
La bellezza, dice Dostojevskj, salverà il mondo.
Ecco, credo che la bellezza dei pensieri e dei progetti di queste donne potrà davvero salvare il mondo.
Proveremo ad aiutarle, nel nostro piccolo, per far sentire loro che ci siamo.
Che le abbracciamo nel progetto più difficile da portare avanti: il progetto dell’uguaglianza.
Il progetto dell’unico diritto che conta veramente: la libertà.